martedì 9 febbraio 2016

La casa delle ombre

La casa delle ombre

Una folata di vento spalancò d’improvviso una delle finestre e entrò la luce. 
il solito turbinio di piccolissimi e invisibili granelli di polvere divenne visibile e tutte le cose contenute all’interno della stanza furono investite della stessa evidenza. 
La casa era un appartamento, fatto di un’unica grande camera, gli oggetti e i mobili all’interno erano disposti in modo più o meno ordinato. Era chiaro che qualcuno abitava tra quelle mura, ma l’impressione generale era che l’inquilino si fosse da poco trasferito. 
Entrò la luce e le ombre si resero conto di esistere. 
Iniziarono timidamente a osservarsi, erano opache, sui toni del nero. Ognuna apparteneva, senza saperlo, a qualche oggetto presente nella stanza e condivideva con le altre la medesima sorte. 
L’ombra del divano iniziò a sporgersi dal suo limite e si mise a fissare intensamente l’ombra della lampada: era allungata, stretta; quella dello scatolone appoggiato sul pavimento, invece, era molto più ingombrante, squadrata e decisamente meno elegante.
miss. ombradeldivano trovò di assomigliare maggiormente alla signora ombrascatolone, anche se non poteva non ammettere che miss. lampada, nella sua sinuosa silouette, avesse fascino da vendere. 
Le sarebbe piaciuto avere l’eleganza della signorina lampada, ma mantenere la pacifica e severa calma della signora scatolone. 
La macchia opaca del divano cominciò pertanto a fare dei tentativi di movimento, cercò di allungarsi con discrezione, ma cercando di mantenere la forma rettangolare che le piaceva tanto. Le due cose sembravano inconciliabili, inoltre miss divano non capiva perché le riuscisse così difficile attuare un cambiamento che la rendesse simile alle sue coinquiline adagiate sul pavimento della stanza. 
Poco lontano si distendeva l’oscurità del maglione che era stato abbandonato sullo schienale di una sedia; subito accanto a lui tiranneggiava l’ambiente l’opacità di mr. pianoforte. 
Le curve di mr.ombradelmaglione riuscivano intollerabili al loro proprietario, si scrutava disgustato e trovava di essere molliccio, indefinito, un po’ insignificante. La presenza accanto a lui di pianoforte era poi una specie di condanna. Per quanto provasse a essere monumentale, il buio generato da maglione non sfiorava neanche lontanamente l’imponenza del dottor. piano. 
Le stesse preoccupazioni, diversamente articolate, appartenevano a ogni singola ombra presente in quella grande camera. Ognuna di loro stava cercando di capire per quale ragione dovesse presentarsi con una certa forma, perché non era possibile assomigliare al proprio vicino e smussare un angolino o restringersi di qualche centimetro. 
In verità dei cambiamenti avvenivano, ma nessuna delle piccole o grandi macchie riusciva a capire quale ne fosse la ragione. Erano passate circa due ore da quando il vento aveva spalancato la finestra, e sia miss. ombradeldivano sia mr. maglione erano sicuri che qualcosa si fosse andato modificando in loro. Il non comprenderne l’origine, però, li esasperava forse di più del non riuscire a darsi una forma secondo il proprio gusto. 
Fu lampada che ebbe un’intuizione geniale, iniziò a osservarsi più attentamente, dalla testa ai piedi e smise di guardare in giro forsennatamente tentando di imitare l’ombra della pianta.
improvvisamente l’opacità della lampada si accorse che proprio dai suoi piedi si innalzava, verticale, staccandosi dal pavimento, qualcosa che le assomigliava molto, ma era consistente. Il colore era diverso e l’aspetto decisamente più rassicurante.  
miss. ombradilampada iniziò a osservare con curiosità la vera lampada e dietro di essa il raggio di luce che la colpiva. 

D’un tratto si sentì pacificata. 

lunedì 26 ottobre 2015

Elogio delle Macchinette



Un giorno di qualche anno fa, mentre ancora frequentavo i corsi di abilitazione all’insegnamento, mi trovai in preda al classico languorino pomeridiano.
Iniziai ad aspettare la fine della lezione a cui stavo assistendo con l’intensità di un naufrago che attende di essere salvato e, quando suonò la campanella, mi lanciai con un ricco bottino di monete alla macchinetta che stava nel corridoio dell’università.
Ciò che mi trovai davanti fu una specie di colosso metallico a tre ante, con una tastiera da astronave spaziale che prometteva ogni sorta di ben di dio a chi, sicuro dei suoi desideri, avesse saputo scegliere uno snack nella miriade di soluzioni proposte.
Piombai nell’indecisione più completa e iniziai a valutare tutte le golose alternative che ammiccavano dall’altra parte del vetro: Kitkat, M&Ms, tarallini, patatine, Fiesta, succo di frutta, mini Cocacola, caramelle ecc… ecc… .
Valutai i pro e i contro di ogni prodotto e alla fine acquistai, trionfante, un Kitkat. Fu in quel momento, mentre scartavo la mia sudata conquista, che capii che la macchinetta delle merendine, in compagnia di quella del caffè è uno dei più grandi strumenti di civilizzazione dell’umanità.
Innanzitutto, in un mondo in cui l’indecisione e il dubbio prendono il sopravvento, la macchinetta delle merendine obbliga alla certezza e alla scelta. Schiacciare 35B e gustare un Bounty è tutt’altra cosa che premere 27A e sgranocchiare, sbriciolando ovunque, presunti taralli pugliesi al gusto rosmarino. Chi va alla macchinetta deve sapere cosa vuole, deve avere delle certezze, prendere una posizione e se, come dice Mary Poppins: “chi ben comincia è a metà dell’opera”, determinarsi su un piccolo snack pomeridiano è un primo passo per scelte più grandi.
Altro contributo alla vita dato dai distributori automatici, in particolare di quelli del caffè, è lo sviluppo delle relazioni umane. “Vieni ti offro un caffè”, “beviamoci un caffè e facciamo quattro chiacchere”; “pausa caffè?” sono frasi che preannunciano, sempre, l’inizio di una grande amicizia e, tra l’altro, a un prezzo assolutamente contenuto. Con, se va male, 40 centesimi, si può facilmente ottenere: una bella figura fatta offrendo il caffè a un amico a un collega; una bevanda al gusto di caffè che contenga la caffeina necessaria alla sopravvivenza e, infine, una pausa dalla frenesia della vita quotidiana in cui condividere storie di vita e, perché no, qualche pettegolezzo.
Esperienza comune è, poi, la disavventura del “mi ha mangiato i soldi”. Le macchinette si guastano e “mangiano i soldi”. Non danno resto, ma il povero utente non se ne accorge prima e vede il suo euro imprigionato nella torre metallica, si innervosisce, inizia a abbassare convulsamente la levetta vicino alla fessura delle monete e a imprecare… il che insegna a non prendersela per cose da poco. La macchinetta ti dice che perdere un euro non è la fine del mondo e che bisogna imparare a ridere delle piccole disavventure della vita.
A proposito di soldi si può poi enumerare l’ennesimo valore della presenza dei distributori nelle nostre esistenze: insegnano la parsimonia e il risparmio.
Se vuoi prendere qualcosa alle macchinette devi avere moneta, senza moneta, il più delle volte – le oasi con i cambia soldi sono cosa da favole – rimani a bocca asciutta. Per avere la merendina o il caffè devi esserti preparato prima, aver custodito ogni centesimo, aver mentito al cassiere del supermercato che ti chiedeva:”Hai un euro?”. Così, strategia dopo strategia e centesimo dopo centesimo chi lotta per avere la sua confezioncina di biscotti diventa, inevitabilmente, una piccola formica operaia di primo livello.
Ogni mattina, quando ormai insegnante abilitata, salgo i gradini della mia scuola e mi fermo a fare una piccola spesa alle macchinette ringrazio di questa grande invenzione, con soli 1.60 euro ottengo 1 acqua, 1 caffè e dei biscotti Krumiri e sono pronta per iniziare una nuova giornata certa che se ci fossero più macchinette tutti starebbero meglio!

martedì 15 luglio 2014

Packaging televisivo...

Dunque, 

Oggi pomeriggio, una ditta di risparmio energeticosalviamolanatura bla bla bla ha fatto irruzione in casa mia sotto il beneplacito dell'amministratore del condominio per sostituire le valvole dei caloriferi. 
Quello che io e la mia inguaribile anima anni 80/90 ci aspettiamo è: squadra di giovani idraulici abbronzati che trasportano termosifoni come casse di Cocacola, si muovono al ritmo di "I Just want... eccetera" di Etta James, tendenzialmente non sudano, ma se sudano, sudano profumo Kelvin Klein e sorridono mostrando una dentatura che il signor Durbans impallidirebbe. 
Quello che succede alle ore 16.00 quando la squadra salviamoiltuotermosifone entra nel mio appartamento è: 
Capo logistico della squadra: un nano tatuato con una maglietta a righe e senza capelli che si muove in modo casuale per casa chiedendomi se perfavorepuòvedereitermosifoni, il tutto sputazzando modello Duffy Duck. 
Operaio numero uno: il suo nome è Ivan, mi avvicino... non troppo vicino perché no,  non suda Kelvin Klein, chiedo se per caso vuole un bicchiere di acqua... lui si volta, sorride... io chiamo un esorcista. 
Operaio numero due: un armadio a due ante con la faccia del mio compagno secchione del liceo cerca di infilarsi nell'intercapedine tra il calorifero e la cucina ripetendo imprecazioni che il tacere è bello. 
Adesso io dico: perché in Tv è sempre tutto così diverso? Maledetto Packaging. 



sabato 5 luglio 2014

Sales!

Oggi sono andata in centro per il primo giorno di Saldi. 
Il primo giorno di Saldi a Milano è un giorno in cui la gente fa un sacco di cose insensate e dice frasi come: Sandali di Prada. Lo sanno tutti che "Sandali di Prada" non è una frase ma nel primo giorno di saldi la gente lo dice come se lo fosse. 
Anche io volevo comprare dei sandaletti, non di Prada, quindi vado in uno di quei grandi negozi dove le cose e le commesse si danno un tono, ma non come da Prada, così posso comprare qualcosa anche io. 
Mi avvicino a un grande tavolinetto espositore pieno di scarpe e sandaletti e abbiamo: sandaletti con fasce di vernice multicolore, una quantità infinita di sandaletti zebrati pelosetti, i sandaletti perfetti che piacciono e me, sandaletti arancioni da "se sei bella li puoi mettere, se sei media sembri una suora, se sei brutta firmi la tua condanna". 
Mi dirigo speranzosa verso l'articolo: "sandaletti perfetti che piacciono a me" numeri rimasti: 36... 36... e di nuovo 36... (inutile dire che io ho il 39/40).
A questo punto metto il fermo immagine, mi volto guardando sprezzante il cumulo di sandaletti numero 36 e penso che vorrei urlare una cosa del tipo:"stuuuuupido negozio! sai perchè ti sono rimasti solo i numeri 36? Perché nessuno e dico NESSUNO (a parte Barbie s'intende) porta il numero 36." Ma no lo faccio e me ne vado. 

venerdì 25 aprile 2014

All'umanità e alla bambina faccia da maiale

La mia dichiarazione d'amore all'umanità inizia più o meno così: ho incontrato passeggiando una cicciona che mangiava il gelato e profumava di bucato.
Premesso che una cicciona che mangia il gelato, vestita di bianco e azzurro, con gli occhiali, è già un buon motivo per essere felici di questo mondo... c'è da dire che la signora o signorina cicciona di questa sera, in maniera del tutto arbitraria e gratuita, odorava di bucato. Mi è passata a fianco solo un momento ma il suo odore di bucato era inconfondibile. 
L'anima gemella del Coccolino, questa sera, mi è passata a fianco sulla strada. 
La cosa veramente incredibile di oggi è che questo incontro eccezionale è stato preceduto da altri due: la ragazza sul tram e la bambina faccia da maiale. 
La ragazza sul tram era una signorina di quelle milanesi che stanno sui tram e tengono gli occhiali da sole anche sul tram, io credo che l'ATM ne compri uno stock all'inizio dell'anno e poi le mandi un po' su una linea un po' su un'altra così per folklore.
Il punto però è un altro, la signorina del mio tram aveva le espadrillas leopardate e leggeva un romanzetto d'appendice intitolato: "l'amore non fa per me". Il romanzetto d'appendice aveva una copertina verde anni 50 e sulla copertina oltre al titolo a caratteri rossi c'era anche un cuore infilzato da una freccia. E ripeto, lei aveva delle espadrillas leopardate. 
La bambina faccia da maiale l'ho incontrata in chiesa. Sono andata a Messa e nella panca davanti alla mia c'era lei, ciccionissima, lunghissimi capelli neri divisi in due lunghissimi codini, vestitino rosso, collant bianchi e faccia da maiale. Ha saltellato tutta Messa avanti e indietro, su e giù sulla panca sorridendo alla mamma alla quale ad un certo punto, come nel migliore dei copioni che si rispettino, è suonato il cellulare con suoneria volume mille. 
Una vecchia signora seduta davanti a bambinafacciamaiale e mamma poiilcellularenonlospengomaschiacciotuttiitastiraddoppiandoilrumore, si voltava indispettita ogni cinque minuti e guardava con aria di rimprovero e bambina e madre. Gli occhi della vecchia dicevano: "tutto ciò è indecoroso e immorale" "se fosse mia nipote di certo non si comporterebbe così" e per tutta risposta la bambina si rotolava sulla panca e poi cercava di scavalcarla. Apice della scena, al canto del Santo, miss maiale improvvisa un balletto di danza classica con inchino finale. 
Al termine del canto, ritorna al posto saltellando e chiede alla mamma: "Mamma perché adesso tutti fanno silenzio?". 

sabato 14 dicembre 2013

Cose che vorrei dirti

Stasera ho pensato che sarebbe bellissimo fare le lavatrici con a tema i colori delle stagioni, per esempio io ho appena caricato una lavatrice dell'autunno: giallo, marrone, rosso e beige... e domani potrei fare lavatrice della primavera: verde brillante, azzurro e rosa... la credenza che i colori simili si lavano insieme è a mio avviso superata, le lavatrici delle stagioni renderebbero una semplice azione casalinga assolutamente più poetica... è deciso! Parlerò con il signor Whirpool, gli esporrò le mie ragioni e lui saprà cosa fare... presto ci saranno lavatrici adatte per i bucati con a tema le stagioni!
Poi oggi è stato divertente anche essere andata a mangiare del Sushi e averne ordinato e mangiato tantissimo, forse troppo... aver fatto una deliziosa conversazione con la giapponesina a proposito del fatto che "Sì, puoi poltale gli avanzi a casa ma non metteli in fligol" e "non puoi metteli in fligol pelchè il cono d'alga si lovina" nessuno mi aveva mai detto di fare attenzione a un cono d'alga! forse il mondo va sensibilizzato sui coni d'alga.

Sono proprio cose che vorrei dirti.

lunedì 26 agosto 2013

episodi di una qual certa spiacevolezza e curiosità



Oggi sono andata in libreria, cosa che effettivamente in questi giorni faccio eccessivamente, ma comunque sono accaduti due episodi bizzarri:
Me ne stavo a leggiucchiare "tragedie in due battute" di Campanile e me la ridevo sotto i baffi (il che significa che ridevo cercando di evitare risate fragorose e non certo che sono una donna di una qual certa bruttezza con baffi pronunciati e spioventi almeno tanto da poterci ridere sotto che poi comunque donna baffuta sempre piaciuta... o era barbuta? ma comunque non voglio lavorare al circo e tutta questa parentesi non c'entra un bel niente con quello che stavo dicendo), quindi, leggevo ridacchiando il libro di Campanile e ad un certo punto sento qualcuno che a voce alta dice: "lei è una testa di cazzo" e poi: "io sono cosa?" "Lei mi ha urtato e non mi ha chiesto scusa perciò è una testa di cazzo".
I due protagonisti di questa storia sono: un distinto signore anziano in blazer blu con occhialini dorati alias L' Utilizzatore di appellativi poco urbani come: testa di ... (Sì sì, il classico insospettabile). 
Un uomo di circa quarant'anni, zainato e vestito di sudaticcia polo grigia alias Il Destinatario degli appellativi ovvero: la testa di... 
Adesso, ammetto di non essere una mente eccessivamente logica e perciò di non sapere con certezza se ad A = lei mi ha urtato + B = Non mi ha chiesto scusa, consegue in maniera necessaria e sufficiente C = lei è una testa di... 
A me pare proprio di no. 
Forse, dico: C = lei è un sudaticcio distratto quarantenne lettore di gialli (visto che il tutto si è svolto davanti allo scaffale dei gialli ndr.) oppure C = lei e il suo zaino siete poco educati e lettori di gialli; direi ammissibile anche C = Lei è un maleducato! e un lettore di gialli! (anche con punto esclamativo) ma C = perciò lei è una testa di...
no ecco... non mi sa proprio di gran sillogismo.  
Comunque i due si sono poi guardati in cagnesco (erano l'idea platonica del guardarsi in cagnesco tanto che ho pensato: hey! si stanno guardando in cagnesco) avevano un'aria di sfida... ma nessuno ha estratto una pistola dal fodero... anche perché i libri Western, si sa, sono o pochi o inesistenti e la cosa sarebbe stata davvero poco appropriata. 
I due si sono poi dileguati e io sono passata da un'altra parte della libreria e mentre meditavo se comprare 25 libri di Bruno Munari che evidentemente non mi servivano se non perché avevano titoli appetitosi esce dal bagno, di fianco allo scaffale (altro che streghe negli armadi di Lewis), dico, esce una signora e dice a non so chi: "adesso comunque arriva la guardia".
Ma la guardia di che!? dei bagni? la guardia della libreria? e poi perché? ammetto di non aver avuto il coraggio di sbriciare che cosa ci fosse nel bagno...
Forse una cacca gigante armata di scopettone il che comunque avrebbe meritato una foto su Instagram e non una guardia, ma comunque perché la guardia dovrebbe andare a sconfiggere una cacca gigante armata di scopettone... 
In ogni caso posso assicurare che sull'insegna c'era scritto libreria... ma il bello di questi tempi è che si trovano avventure dappertutto!

sabato 24 agosto 2013

per soli 50 centesimi

Per soli 50 centesimi oggi giorno si possono fare esperienze veramente incredibili come, per esempio, usufruire dei bagni della Feltrinelli in Duomo.
il motivo per cui mi ci sono trovata è ovviamente noto a tutti sotto l'etichetta di: #bevi_come_un'oca_prima_di_uscire_di_casa, ma comunque non è il punto interessante di questa storia. 
il punto interessante è che io pensavo mi sarei trovata di fronte al solito spettacolo tanto desolante quanto suburbano di bagno pubblico: vecchia munita di spazzettone o cingalese di mezza età seduti con aria arcigna di fronte a un tavolinetto con apposito orrido piattino per "offerte per il bagno".
Quello che invece è accaduto è stato più o meno questo: sono all'ingresso del bagno e oltre la soglia mi accoglie una luce soffusa sull'azzurro e una musica new age che copre, ma senza essere invadente, il rumore di sciacquone e lo sciabordio dei lavandini. In una fila ordinata e piuttosto silenziosa un gruppetto di signore che aspettano. La fila è regolata da un tornello, modello ingresso in metropolitana, tu inserisci 50 centesimi in una fessura e il tornello ti accorda il passaggio rilasciandoti anche un buono con banda luccicante da 50 centesimi. Il buono può essere utilizzato per una consumazione all'Autogrill del piano superiore. Sul retro del buono, in modo molto educato, vieni informato che puoi riscattare il buono entro l'anno solare, che non puoi convertirlo in denaro e che non è comulabile ma in fondo non ti  importa perché tu trovi improvvisamente molto giusto aver pagato 50 cent per andare in un bagno del genere. 
Poi è il mio turno: all'interno del singolo bagno tutto è altrettanto pulito e ordinato e dopo che uno ha "reso alla terra" ciò che deve e sta per andarsene succede l'impensato: il copri tazza comincia a girare e una specie di spugna disinfettatrice lo lava con cura il tutto sempre accompagnato da celestiali note new age. 
Esco dal bagno e mi avvicino ai lavandini, i quali ovviamente sanno che voglio lavarmi le mani e mi piacerebbe anche del sapone, l'acqua inizia a scorrere e il sapone incredibilmente è lì e non sta gocciolando verdastro e schiumoso da un manomesso contenitore marrone, Parbleu! 
è una situazione anche imbarazzante per certi versi, il bagno di casa mia è sicuramente meno pulito e cordiale di questo bagno, non vorrei andarmene, ma decido di asciugarmi le mani e uscire. Mi avvicino a quello che ha tutta l'aria di essere un normale distributore di carta, sono risentita, ma in fondo, penso, nulla è perfetto. provo a tirare la mia salvietta di carta ma... alt... il distributore mi dice che devo mettere le mani davanti al sensore, un'improvvisa ventata di progresso mi proviene anche da questo oggetto.  Metto le mani davanti al sensore, niente; metto una mano sola davanti al sensore e con l'altra provo a tirare la carta, niente; sorrido alla signora che a fianco a me ha appena finito di lavarsi le mani e sta anche lei cercando di asciugarsele, niente; sventolo le mani in modo scomposto davanti al sensore, niente, schiaccio il sensore, niente. 
Esco con le mani bagnate, ma se vi avanzano 50 cent da investire...

sabato 20 luglio 2013

bacchette del sushi in 5 atti


Esordio: 

Quindi stasera decido di ordinare del Sushi on-line dal divano così che mi sento subito a New York e aspetto il tizio della consegna che dovrà somigliare a Bruce Lee e mi godo la mia serata che Sandra Bullock mi fa un baffo. 
Ma, a parte il fatto che il ragazzo della consegna non assomigliava affatto a Bruce Lee, che poi essendo Bruce Lee cinese avrei anche dovuto aspettarmelo, la cosa che rovina davvero il mio quadretto di sonounadonnaincarrieraemangiosushi sono le stupide bacchette.

Streamofconsciousness:

Io dico, ammettiamo pure che probabilmente io ho nelle mani qualcosa che non funziona, cioè forse mi hanno dato un modello di mani che non ha l'opzione "bacchette per mangiare sushi giapponese", che poi se mi avessero chiesto se mi interessava come optional lo avrei anche comprato: voglio dire... cosa costeranno delle mani con l'opzione sushi? 10 euro in più del modello tradizionale? non è che non li avrei spesi... ma vabbè.

Ripresa: 

Io non capisco, diciamo che prendo in mano le bacchette in un modo che mi sembra anche ragionevole, faccio un po' di scena e dopo tentativi numero 5 riesco a tenere in precario equilibrio il mio pezzo di salmone con riso, lo sollevo lentamente perché lo so da me la fretta è una cattiva consigliera, chi va piano va sano e va lontano bla bla bla..., avvicino il salmone con riso alla vaschetta della salsa di soia (che tra l'altro scala la top ten dei miei gusti preferiti), intingo il salmone e poi, improvvisamente, per sua iniziativa, il salmone con il riso cade inesorabilmente nella vaschetta.

Sequel:

1) La vaschetta ovviamente non è grande e il salmone è ingombrante, la salsa di soia deborda e sporca tutto il tavolo mmmfastidiosìsìsì. 
2) Il riso e il salmone si impregnano di salsa alla soia che nemmeno ci fossero nati.
3) Inizio tentativo di pesca miracolosa del salmone e del riso che ovviamente imbevuto di salsa si è sfaldato chicco per chicco e sarà impossibile da recuperare.
4) sono costretta a recuperare il salmone con le mani, che così diventano unticce.

epilogo:

E ccheccavolo ok prendo la forchetta. 





sabato 6 aprile 2013

neon e foccacce

Per esempio, il focacciaro di corso 22 Marzo con il suo negozio che ha un'insegna al neon rosa: "focacceria" dico, lui è felice?  
Insomma, lui sta lì nel suo negozio e chissà come sta. 
Forse durante il giorno non se lo chiede se è felice o no, fa le focacce, dà i resti, mette le cose nei sacchetti di plastica, non so un pezzo di focaccia farcita e una bibita.
La sera, però, quando per esempio come oggi, il suo negozio è vuoto e può tenere la porta aperta perché non fa freddo e così sente un po' i rumori della strada ma in fondo c'è silenzio, magari se lo chiede se è felice. 
Dopo un giorno intero di: "Salve", "Buongiorno", "Buon pomeriggio", "Ecco a lei", "La servo subito", "Si figuri", "Buonasera", "Sì gliela preparo", "No, mi spiace, l'abbiamo finita..." c'è, forse, un secondo in cui si chiede se è felice?
Lui e il vecchio col cappello che leggeva sull'autobus, le due ragazze che ballavano alla fermata, la coppia che sfrecciava in motorino, i quattro amici che ridacchiavano fermi al semaforo perché uno era vestito tutto di bianco, la coppia che stava seduta fumando sul muretto del parco, i bambini che venivano sgridati dal loro papà mentre scendevano dalla macchina, tutta questa gente è felice? almeno un po'? E si chiede mai se è contenta? E come farà a essere contenta? ci sarà un momento in cui si sente se stessa, a casa, abbracciata, amata, oppure tutti non fanno altro che vendere focacce tutto il giorno, salutare affannosamente e servire un cliente dopo l'altro?. 

mercoledì 3 aprile 2013

trammart

Se uno è fortunato a volte, a Milano, gli capitano dei tram meravigliosi.
Oggi ho preso il tram due volte: Fortunata.  
All'andata c'era una signora: occhiali Prada, borsa Prada, scarpe Prada... che poi magari era tutto finto, ma faceva la sua scena... 
La signora Prada aveva poi una figlia, credo che fosse una di quei figli che compri dalle riviste... sì, quelli che ti mandano il catalogo a casa. Sul catalogo ci sono un po' di figli e tu lo scegli. La signora aveva scelto questa figlia con un cappottino grigio e una sciarpa rosa. Ovviamente la sciarpa rosa della figlia catalogo era perfettamente annodata e la bambina sedeva composta sul suo sedile e parlava con mamma Prada e leccava un gelato. 
Era anche lui un gelato catalogo perché non gocciolava, o forse era un gelato di Prada... non so... poi sono scesa. 
Al ritorno, dopo cinque minuti di sana polemica interstellare con le cinque o sei modelle che sono salite insieme a me con i loro sei metri di gambe e sei chili di peso (vabbè) e dopo aver pensato "carino quel tizio" di un indaffarato giovane in carriera, è successo l'impensabile.
Una signora, qualche sedile avanti a me, ha risposto al telefono e... la sua voce era Isma nelle Follie dell'Imperatore. 
Era Isma che parlava con qualcuno di una compagnia telefonica dicendo che lei non voleva la wireless e che non era interessata a nuove promozioni. Epico.  

Fermata Santa Maria del Suffragio
Si alza l'amica di Isma, Isma è ancora al telefono perciò le fa solo un piccolo accenno con la mano.
L'amica di Isma ha almeno 120.000 anni... almeno. 

Se me ne fossi accorta prima avrei potuto chiederle un sacco di cose tipo: "Scusi, ma quella storia del big bang alla fine, com'è andata davvero?" oppure "lei che c'era perché non ha fatto niente per la vicenda della mela? Se avesse portato Eva a fare un po' di shopping tra amiche... dico, ora sarebbe tutto più semplice..."



sabato 23 marzo 2013

il posto degli arrivi

Oggi sono andata all'aeroporto a prendere una mia amica. 
Io non ero mai stata a prendere nessuno all'aeroporto.
Innanzitutto la cosa più incredibile è che ci sia un posto degli arrivi. Tu vai lì, ci sono delle porte di vetro scorrevoli e tu aspetti lì davanti e la persona che stai aspettando, prima o poi, uscirà da una di quelle porte. 
è certo che accadrà e tu devi solo aspettare. 
Se per ogni cosa ci fosse un posto degli arrivi credo sarebbe tutto molto più semplice... si potrebbero fare delle grandi sezioni... e quando tu desideri una cosa o aspetti che accada vai lì, perché lì è certo che arriverà. 

La seconda cosa incredibile è quando le porte di vetro si aprono e chi doveva arrivare arriva. 
Oggi per esempio sono arrivati due grassi americani a cui i loro amici hanno fatto una foto ancora prima di riabbracciarli. Quando le porte di vetro si sono aperte e i grassi americani hanno visto i loro amici che li aspettavano hanno riso, poi i loro amici gli hanno fatto la foto e poi si sono abbracciati. 
Dopo è arrivata una ragazza bionda con una valigia grande grande e era aspettata da una sua amica con una ciocca di capelli rosa. 
Una signora che ha riabbracciato prima il suo cane e poi il marito. 
Una manciata di uomini d'affari, li aspettava una zelante signorina di nero vestita con caschetto da segretaria superprofessionale e cartello.
Anche questa vicenda dei cartelli sarebbe in realtà da approfondire. è bello che ci sia qualcuno che ti aspetta e te lo dice con un cartello: "I'm waiting for mr. Al Hemed" (oggi aspettavano mr Al Hemed). Tu arrivi, ti guardi intorno, vedi il tuo cartello, sai chi ti sta aspettando e ti dirigi giusto, dritto verso chi ti aspetta. 
Chissà cosa ha preparato per te chi ha il cartello con il tuo nome? Se ha un cartello col tuo nome è impossibile che non abbia preparato qualcosa per te.
In verità, qualcuno, tra quelli che sono arrivati, non era aspettato da nessuno così andava veloce, dritto per la sua strada, ma sta proprio nel fatto che uno arriva da qualche parte che c'è qualcosa che lì lo aspetta. Almeno credo. 
Perciò, mi sa, che il punto è che se arrivi qualcuno ti sta aspettando.
Poi è arrivata una ragazza con uno zainone ed era tutta seria e quando ha incrociato chi la stava aspettando non si sono parlati, sono stati zitti e si sono abbracciati e lei piangeva ed è stato così triste. Non si sono proprio detti niente. Si sono abbracciati e basta, tutto in silenzio ed è stato un arrivo pieno di dispiacere. 



sabato 6 ottobre 2012

semplicemente meravigliosa

Ci sono poi delle canzoni che sono esattamente quello che stavi cercando, nel momento in cui lo stavi cercando. La cosa migliore è che capita di trovarle per caso... così, perché sono la musica di attesa di una segreteria telefonica...


lunedì 3 settembre 2012

Fichi d'india = un'impostura

Allora, questa sera sono stata al mio super rinnovato supermercato nuovo dietro casa... 
A parte che dovevo comprar due cose e son stata dentro un'ora perché dovevo ambientarmi... sono stata vittima di un'insidiosissima impostura, l'impostura dei fichi d'India. 
Il punto è che io volevo dei fichi che ho scoperto essere tipo nel mia top ten della frutta ma, nel nuovo e super rinnovato supermercato i fichi non c'erano ma facevano bella mostra cassette di chili e chili di fichi d'India. 
Allora io ho detto: Beh, se si chiamano fichi saranno uguali ai fichi solo vengono da un paese diverso...infondo siamo in una società multi etnica bla bla bla...
e invece no... 
Stasera faccio per mangiare il mio fico d'India e scopro che:

A) Ha un miliardo di spine invisibili che ti si infilano nelle dita provocando fastidio eterno e dolorini malefici. Toglierle è impossibile perché sono invisibili quindi, probabilmente, per aver mangiato un fico, andrò segnata nel mondo per l'eternità. E Adamo si è lamentato per una mela...

B) Quando l'ho aperto, il suo interno non assomigliava affatto al rassicurante interno spugnosino e rosa del fico ma a una specie di polpa con millemila semini, rossa.

C) Non sa affatto di fico ma di... BANANA...

Adesso io dico... cosa lo chiami a fare fico se non sa di fico, non assomiglia a un fico e non è buono come un fico... non ha senso!! Chiamalo chessò frutto del fastidio dell'India... o Sapordibanana con semini rossi o Mannaggiattè... ma non fico...  E poi mi lamento, e le mie coinquiline dicono: e ma è d'India per forza che è diverso non è solo fico... La mia obiezione è: non è che esistono mettiamo: pomodoro italiano, pomodoro asiatico e uno è un pomodoro e l'altro sa di zucchina bollita... no... quindi questa storia: "Eh ma è d'India" io non me la bevo. Punto. Fine, chiuso. Il fico d'India è un'impostura bellaebbuuona!! SUFFRAGETTE A NNOI!

mercoledì 1 agosto 2012

Holidays

Amo con insistenza del mare:
Le borse frigo sotto gli ombrelloni.
L'odore di salsedine che ha praticamente qualunque cosa.
Le famiglie in maglietta bianca un po' accaldate che si ciondolando camminando per strada per raggiungere il mare.
Le signore sulla cinquantina un po' abbronzate e con la pelle raggrinzita che leggono la Stampa facendo espressioni di disappunto.
I motorini nel traffico.
La gente che gira in costume per strada.
E poi questo:


domenica 29 luglio 2012

cose di casa 2

Poi mia mamma ha la mania di collezionare cose... gli "usghei" sarebbe il termine tecnico... è sono meravigliose, inutili e bellissime. 



i miei pesci rossi

Ecco.
Già. Comunque ho dei pesci rossi.
sono un'eredità in prestito.

venerdì 27 luglio 2012

Non fate sbrodeghezzi!

Dunque... in questi giorni mi sono imbattuta in Lessico Familiare di Natalia Ginzburg il che probabilmente suonerà, a chi si intende di letteratura, come: "In questi giorni mi sono imbattuta in Penny Lane dei Beatles" a chi si intende di musica. 
Detto questo, è un libro meraviglioso.
Praticamente Natalia G. racconta la storia della sua famiglia attraverso degli aneddoti sul linguaggio e sulle espressioni che usavano in casa sua...
La cosa formidabile è che in verità in ogni famiglia ce ne sono. Per esempio, mia mamma quando le dicevi: "vorrei fare questo o quest'altro" commentava sempre: "Ma come, a quest'ora?" il che ovviamente non aveva nulla a che vedere con la reale opportunità di fare una certa attività a un certo orario ma era il suo modo per manifestare dissenso. 
Oppure, mio padre, che quando non trovava una camicia diceva sempre: "La donna mi ha rubato una camicia", "la donna" era la signora delle pulizie e dello stiraggio che a fare i conti a quest'ora potrebbe avere aperto una camiceria.
Insomma cose così e quando leggi questo libro ti tornano in mente tutte e un po' ridi e un po' ti vien nostalgia.
Quindi io lo leggerei questo libro. Davvero.
Se volete un assaggio o anche tutto il libro ecco qui.  

martedì 24 luglio 2012

il signor Arturo

Stava tranquillamente bevendo un bicchiere d'acqua. Era un po' contrariata in verità perché in casa era rimasta semplicemente dell'acqua naturale, ed era anche fuori dal firgor e faceva caldo, comunque stava bevendo quando suonarono il campanello.
Non era il campanello del portone del palazzo era proprio il campanello della sua porta.
Non aspettava nessuno e poi di solito nessuno suonava al campanello della porta direttamente, almeno nessuno dei suoi amici che puntualmente si dimenticavano sempre il numero del citofono e quindi la chiamavano per sapere cosa dovevano suonare.
Quando suonò il campanello, quindi, lei incominciò ad avere una leggera sensazione di inquietudine.
Si avvicinò alla porta e guardò dallo spioncino.
Faccia mai vista.
Riguardò e insieme chiese con voce forte: "Chi è?"
l'uomo dall'altra parte della porta rispose: "Sono il signor Arturo".
Aprì la porta e in quell'istante, fu un secondo, pensò che sarebbe stato bello diventare amica del signor Arturo, sapere qual è il suo gusto di gelato preferito, se ha paura di qualcosa, perché si chiama Arturo, se gli piace quella poesia là oppure no.
Ma, l'altra porta del pianerottolo si aprì e il signor Arturo capì di aver sbagliato a suonare il campanello, si voltò un po' imbarazzato dicendo: "Mi scusi, ho sbagliato". 
Lei richiuse la porta e le dispiacque immensamente quando si rese conto che non avrebbe più rivisto il signor Arturo. 



venerdì 13 luglio 2012

più chiaro di così


Hamlet

Why, look you now, how unworthy a thing you make of
me! You would play upon me; you would seem to know
my stops; you would pluck out the heart of my
mystery; you would sound me from my lowest note to
the top of my compass: and there is much music,
excellent voice, in this little organ; yet cannot
you make it speak. 'Sblood, do you think I am
easier to be played on than a pipe? Call me what
instrument you will, though you can fret me, yet you
cannot play upon me.


[ W. Shakespeare Atto III Scena II - Hamlet ]