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martedì 9 febbraio 2016

La casa delle ombre

La casa delle ombre

Una folata di vento spalancò d’improvviso una delle finestre e entrò la luce. 
il solito turbinio di piccolissimi e invisibili granelli di polvere divenne visibile e tutte le cose contenute all’interno della stanza furono investite della stessa evidenza. 
La casa era un appartamento, fatto di un’unica grande camera, gli oggetti e i mobili all’interno erano disposti in modo più o meno ordinato. Era chiaro che qualcuno abitava tra quelle mura, ma l’impressione generale era che l’inquilino si fosse da poco trasferito. 
Entrò la luce e le ombre si resero conto di esistere. 
Iniziarono timidamente a osservarsi, erano opache, sui toni del nero. Ognuna apparteneva, senza saperlo, a qualche oggetto presente nella stanza e condivideva con le altre la medesima sorte. 
L’ombra del divano iniziò a sporgersi dal suo limite e si mise a fissare intensamente l’ombra della lampada: era allungata, stretta; quella dello scatolone appoggiato sul pavimento, invece, era molto più ingombrante, squadrata e decisamente meno elegante.
miss. ombradeldivano trovò di assomigliare maggiormente alla signora ombrascatolone, anche se non poteva non ammettere che miss. lampada, nella sua sinuosa silouette, avesse fascino da vendere. 
Le sarebbe piaciuto avere l’eleganza della signorina lampada, ma mantenere la pacifica e severa calma della signora scatolone. 
La macchia opaca del divano cominciò pertanto a fare dei tentativi di movimento, cercò di allungarsi con discrezione, ma cercando di mantenere la forma rettangolare che le piaceva tanto. Le due cose sembravano inconciliabili, inoltre miss divano non capiva perché le riuscisse così difficile attuare un cambiamento che la rendesse simile alle sue coinquiline adagiate sul pavimento della stanza. 
Poco lontano si distendeva l’oscurità del maglione che era stato abbandonato sullo schienale di una sedia; subito accanto a lui tiranneggiava l’ambiente l’opacità di mr. pianoforte. 
Le curve di mr.ombradelmaglione riuscivano intollerabili al loro proprietario, si scrutava disgustato e trovava di essere molliccio, indefinito, un po’ insignificante. La presenza accanto a lui di pianoforte era poi una specie di condanna. Per quanto provasse a essere monumentale, il buio generato da maglione non sfiorava neanche lontanamente l’imponenza del dottor. piano. 
Le stesse preoccupazioni, diversamente articolate, appartenevano a ogni singola ombra presente in quella grande camera. Ognuna di loro stava cercando di capire per quale ragione dovesse presentarsi con una certa forma, perché non era possibile assomigliare al proprio vicino e smussare un angolino o restringersi di qualche centimetro. 
In verità dei cambiamenti avvenivano, ma nessuna delle piccole o grandi macchie riusciva a capire quale ne fosse la ragione. Erano passate circa due ore da quando il vento aveva spalancato la finestra, e sia miss. ombradeldivano sia mr. maglione erano sicuri che qualcosa si fosse andato modificando in loro. Il non comprenderne l’origine, però, li esasperava forse di più del non riuscire a darsi una forma secondo il proprio gusto. 
Fu lampada che ebbe un’intuizione geniale, iniziò a osservarsi più attentamente, dalla testa ai piedi e smise di guardare in giro forsennatamente tentando di imitare l’ombra della pianta.
improvvisamente l’opacità della lampada si accorse che proprio dai suoi piedi si innalzava, verticale, staccandosi dal pavimento, qualcosa che le assomigliava molto, ma era consistente. Il colore era diverso e l’aspetto decisamente più rassicurante.  
miss. ombradilampada iniziò a osservare con curiosità la vera lampada e dietro di essa il raggio di luce che la colpiva. 

D’un tratto si sentì pacificata. 

lunedì 26 ottobre 2015

Elogio delle Macchinette



Un giorno di qualche anno fa, mentre ancora frequentavo i corsi di abilitazione all’insegnamento, mi trovai in preda al classico languorino pomeridiano.
Iniziai ad aspettare la fine della lezione a cui stavo assistendo con l’intensità di un naufrago che attende di essere salvato e, quando suonò la campanella, mi lanciai con un ricco bottino di monete alla macchinetta che stava nel corridoio dell’università.
Ciò che mi trovai davanti fu una specie di colosso metallico a tre ante, con una tastiera da astronave spaziale che prometteva ogni sorta di ben di dio a chi, sicuro dei suoi desideri, avesse saputo scegliere uno snack nella miriade di soluzioni proposte.
Piombai nell’indecisione più completa e iniziai a valutare tutte le golose alternative che ammiccavano dall’altra parte del vetro: Kitkat, M&Ms, tarallini, patatine, Fiesta, succo di frutta, mini Cocacola, caramelle ecc… ecc… .
Valutai i pro e i contro di ogni prodotto e alla fine acquistai, trionfante, un Kitkat. Fu in quel momento, mentre scartavo la mia sudata conquista, che capii che la macchinetta delle merendine, in compagnia di quella del caffè è uno dei più grandi strumenti di civilizzazione dell’umanità.
Innanzitutto, in un mondo in cui l’indecisione e il dubbio prendono il sopravvento, la macchinetta delle merendine obbliga alla certezza e alla scelta. Schiacciare 35B e gustare un Bounty è tutt’altra cosa che premere 27A e sgranocchiare, sbriciolando ovunque, presunti taralli pugliesi al gusto rosmarino. Chi va alla macchinetta deve sapere cosa vuole, deve avere delle certezze, prendere una posizione e se, come dice Mary Poppins: “chi ben comincia è a metà dell’opera”, determinarsi su un piccolo snack pomeridiano è un primo passo per scelte più grandi.
Altro contributo alla vita dato dai distributori automatici, in particolare di quelli del caffè, è lo sviluppo delle relazioni umane. “Vieni ti offro un caffè”, “beviamoci un caffè e facciamo quattro chiacchere”; “pausa caffè?” sono frasi che preannunciano, sempre, l’inizio di una grande amicizia e, tra l’altro, a un prezzo assolutamente contenuto. Con, se va male, 40 centesimi, si può facilmente ottenere: una bella figura fatta offrendo il caffè a un amico a un collega; una bevanda al gusto di caffè che contenga la caffeina necessaria alla sopravvivenza e, infine, una pausa dalla frenesia della vita quotidiana in cui condividere storie di vita e, perché no, qualche pettegolezzo.
Esperienza comune è, poi, la disavventura del “mi ha mangiato i soldi”. Le macchinette si guastano e “mangiano i soldi”. Non danno resto, ma il povero utente non se ne accorge prima e vede il suo euro imprigionato nella torre metallica, si innervosisce, inizia a abbassare convulsamente la levetta vicino alla fessura delle monete e a imprecare… il che insegna a non prendersela per cose da poco. La macchinetta ti dice che perdere un euro non è la fine del mondo e che bisogna imparare a ridere delle piccole disavventure della vita.
A proposito di soldi si può poi enumerare l’ennesimo valore della presenza dei distributori nelle nostre esistenze: insegnano la parsimonia e il risparmio.
Se vuoi prendere qualcosa alle macchinette devi avere moneta, senza moneta, il più delle volte – le oasi con i cambia soldi sono cosa da favole – rimani a bocca asciutta. Per avere la merendina o il caffè devi esserti preparato prima, aver custodito ogni centesimo, aver mentito al cassiere del supermercato che ti chiedeva:”Hai un euro?”. Così, strategia dopo strategia e centesimo dopo centesimo chi lotta per avere la sua confezioncina di biscotti diventa, inevitabilmente, una piccola formica operaia di primo livello.
Ogni mattina, quando ormai insegnante abilitata, salgo i gradini della mia scuola e mi fermo a fare una piccola spesa alle macchinette ringrazio di questa grande invenzione, con soli 1.60 euro ottengo 1 acqua, 1 caffè e dei biscotti Krumiri e sono pronta per iniziare una nuova giornata certa che se ci fossero più macchinette tutti starebbero meglio!

venerdì 25 aprile 2014

All'umanità e alla bambina faccia da maiale

La mia dichiarazione d'amore all'umanità inizia più o meno così: ho incontrato passeggiando una cicciona che mangiava il gelato e profumava di bucato.
Premesso che una cicciona che mangia il gelato, vestita di bianco e azzurro, con gli occhiali, è già un buon motivo per essere felici di questo mondo... c'è da dire che la signora o signorina cicciona di questa sera, in maniera del tutto arbitraria e gratuita, odorava di bucato. Mi è passata a fianco solo un momento ma il suo odore di bucato era inconfondibile. 
L'anima gemella del Coccolino, questa sera, mi è passata a fianco sulla strada. 
La cosa veramente incredibile di oggi è che questo incontro eccezionale è stato preceduto da altri due: la ragazza sul tram e la bambina faccia da maiale. 
La ragazza sul tram era una signorina di quelle milanesi che stanno sui tram e tengono gli occhiali da sole anche sul tram, io credo che l'ATM ne compri uno stock all'inizio dell'anno e poi le mandi un po' su una linea un po' su un'altra così per folklore.
Il punto però è un altro, la signorina del mio tram aveva le espadrillas leopardate e leggeva un romanzetto d'appendice intitolato: "l'amore non fa per me". Il romanzetto d'appendice aveva una copertina verde anni 50 e sulla copertina oltre al titolo a caratteri rossi c'era anche un cuore infilzato da una freccia. E ripeto, lei aveva delle espadrillas leopardate. 
La bambina faccia da maiale l'ho incontrata in chiesa. Sono andata a Messa e nella panca davanti alla mia c'era lei, ciccionissima, lunghissimi capelli neri divisi in due lunghissimi codini, vestitino rosso, collant bianchi e faccia da maiale. Ha saltellato tutta Messa avanti e indietro, su e giù sulla panca sorridendo alla mamma alla quale ad un certo punto, come nel migliore dei copioni che si rispettino, è suonato il cellulare con suoneria volume mille. 
Una vecchia signora seduta davanti a bambinafacciamaiale e mamma poiilcellularenonlospengomaschiacciotuttiitastiraddoppiandoilrumore, si voltava indispettita ogni cinque minuti e guardava con aria di rimprovero e bambina e madre. Gli occhi della vecchia dicevano: "tutto ciò è indecoroso e immorale" "se fosse mia nipote di certo non si comporterebbe così" e per tutta risposta la bambina si rotolava sulla panca e poi cercava di scavalcarla. Apice della scena, al canto del Santo, miss maiale improvvisa un balletto di danza classica con inchino finale. 
Al termine del canto, ritorna al posto saltellando e chiede alla mamma: "Mamma perché adesso tutti fanno silenzio?". 

sabato 14 dicembre 2013

Cose che vorrei dirti

Stasera ho pensato che sarebbe bellissimo fare le lavatrici con a tema i colori delle stagioni, per esempio io ho appena caricato una lavatrice dell'autunno: giallo, marrone, rosso e beige... e domani potrei fare lavatrice della primavera: verde brillante, azzurro e rosa... la credenza che i colori simili si lavano insieme è a mio avviso superata, le lavatrici delle stagioni renderebbero una semplice azione casalinga assolutamente più poetica... è deciso! Parlerò con il signor Whirpool, gli esporrò le mie ragioni e lui saprà cosa fare... presto ci saranno lavatrici adatte per i bucati con a tema le stagioni!
Poi oggi è stato divertente anche essere andata a mangiare del Sushi e averne ordinato e mangiato tantissimo, forse troppo... aver fatto una deliziosa conversazione con la giapponesina a proposito del fatto che "Sì, puoi poltale gli avanzi a casa ma non metteli in fligol" e "non puoi metteli in fligol pelchè il cono d'alga si lovina" nessuno mi aveva mai detto di fare attenzione a un cono d'alga! forse il mondo va sensibilizzato sui coni d'alga.

Sono proprio cose che vorrei dirti.

sabato 20 luglio 2013

bacchette del sushi in 5 atti


Esordio: 

Quindi stasera decido di ordinare del Sushi on-line dal divano così che mi sento subito a New York e aspetto il tizio della consegna che dovrà somigliare a Bruce Lee e mi godo la mia serata che Sandra Bullock mi fa un baffo. 
Ma, a parte il fatto che il ragazzo della consegna non assomigliava affatto a Bruce Lee, che poi essendo Bruce Lee cinese avrei anche dovuto aspettarmelo, la cosa che rovina davvero il mio quadretto di sonounadonnaincarrieraemangiosushi sono le stupide bacchette.

Streamofconsciousness:

Io dico, ammettiamo pure che probabilmente io ho nelle mani qualcosa che non funziona, cioè forse mi hanno dato un modello di mani che non ha l'opzione "bacchette per mangiare sushi giapponese", che poi se mi avessero chiesto se mi interessava come optional lo avrei anche comprato: voglio dire... cosa costeranno delle mani con l'opzione sushi? 10 euro in più del modello tradizionale? non è che non li avrei spesi... ma vabbè.

Ripresa: 

Io non capisco, diciamo che prendo in mano le bacchette in un modo che mi sembra anche ragionevole, faccio un po' di scena e dopo tentativi numero 5 riesco a tenere in precario equilibrio il mio pezzo di salmone con riso, lo sollevo lentamente perché lo so da me la fretta è una cattiva consigliera, chi va piano va sano e va lontano bla bla bla..., avvicino il salmone con riso alla vaschetta della salsa di soia (che tra l'altro scala la top ten dei miei gusti preferiti), intingo il salmone e poi, improvvisamente, per sua iniziativa, il salmone con il riso cade inesorabilmente nella vaschetta.

Sequel:

1) La vaschetta ovviamente non è grande e il salmone è ingombrante, la salsa di soia deborda e sporca tutto il tavolo mmmfastidiosìsìsì. 
2) Il riso e il salmone si impregnano di salsa alla soia che nemmeno ci fossero nati.
3) Inizio tentativo di pesca miracolosa del salmone e del riso che ovviamente imbevuto di salsa si è sfaldato chicco per chicco e sarà impossibile da recuperare.
4) sono costretta a recuperare il salmone con le mani, che così diventano unticce.

epilogo:

E ccheccavolo ok prendo la forchetta. 





sabato 6 aprile 2013

neon e foccacce

Per esempio, il focacciaro di corso 22 Marzo con il suo negozio che ha un'insegna al neon rosa: "focacceria" dico, lui è felice?  
Insomma, lui sta lì nel suo negozio e chissà come sta. 
Forse durante il giorno non se lo chiede se è felice o no, fa le focacce, dà i resti, mette le cose nei sacchetti di plastica, non so un pezzo di focaccia farcita e una bibita.
La sera, però, quando per esempio come oggi, il suo negozio è vuoto e può tenere la porta aperta perché non fa freddo e così sente un po' i rumori della strada ma in fondo c'è silenzio, magari se lo chiede se è felice. 
Dopo un giorno intero di: "Salve", "Buongiorno", "Buon pomeriggio", "Ecco a lei", "La servo subito", "Si figuri", "Buonasera", "Sì gliela preparo", "No, mi spiace, l'abbiamo finita..." c'è, forse, un secondo in cui si chiede se è felice?
Lui e il vecchio col cappello che leggeva sull'autobus, le due ragazze che ballavano alla fermata, la coppia che sfrecciava in motorino, i quattro amici che ridacchiavano fermi al semaforo perché uno era vestito tutto di bianco, la coppia che stava seduta fumando sul muretto del parco, i bambini che venivano sgridati dal loro papà mentre scendevano dalla macchina, tutta questa gente è felice? almeno un po'? E si chiede mai se è contenta? E come farà a essere contenta? ci sarà un momento in cui si sente se stessa, a casa, abbracciata, amata, oppure tutti non fanno altro che vendere focacce tutto il giorno, salutare affannosamente e servire un cliente dopo l'altro?. 

martedì 24 luglio 2012

il signor Arturo

Stava tranquillamente bevendo un bicchiere d'acqua. Era un po' contrariata in verità perché in casa era rimasta semplicemente dell'acqua naturale, ed era anche fuori dal firgor e faceva caldo, comunque stava bevendo quando suonarono il campanello.
Non era il campanello del portone del palazzo era proprio il campanello della sua porta.
Non aspettava nessuno e poi di solito nessuno suonava al campanello della porta direttamente, almeno nessuno dei suoi amici che puntualmente si dimenticavano sempre il numero del citofono e quindi la chiamavano per sapere cosa dovevano suonare.
Quando suonò il campanello, quindi, lei incominciò ad avere una leggera sensazione di inquietudine.
Si avvicinò alla porta e guardò dallo spioncino.
Faccia mai vista.
Riguardò e insieme chiese con voce forte: "Chi è?"
l'uomo dall'altra parte della porta rispose: "Sono il signor Arturo".
Aprì la porta e in quell'istante, fu un secondo, pensò che sarebbe stato bello diventare amica del signor Arturo, sapere qual è il suo gusto di gelato preferito, se ha paura di qualcosa, perché si chiama Arturo, se gli piace quella poesia là oppure no.
Ma, l'altra porta del pianerottolo si aprì e il signor Arturo capì di aver sbagliato a suonare il campanello, si voltò un po' imbarazzato dicendo: "Mi scusi, ho sbagliato". 
Lei richiuse la porta e le dispiacque immensamente quando si rese conto che non avrebbe più rivisto il signor Arturo. 



mercoledì 11 luglio 2012

disordine e conservazione

Una volta un suo amico le aveva raccontato la storia di un uomo che aveva accumulato talmente tanti libri e giornali e fogli in casa sua da aver creato dei muri di carta in mezzo alle stanze. Pigne di volumi che creavano cunicoli tra la poltrona e la televisione, strati e strati di articoli conservati che si addossavano alle pareti serpeggiando in torri irregolari su su fino al soffitto... 
E. aveva pensato e ripensato all'uomo della carta un sacco di volte, le piaceva immaginarselo mentre camminava tra i pinnacoli di cellulosa in pigiama, in vestaglia forse, silenzioso, ormai vecchio. Ricostruiva mentalmente ogni singola stanza, si chiedeva se l'uomo avesse avuto pigne di carta anche in cucina, tra il lavello e il frigor per esempio.
La ragazza fantasticava che forse l'uomo, un giorno, aveva anche deciso di sostituire alcuni arredi con semplici libri accatastati, s'immaginava un letto di giornali e sgabelli di enciclopedie e un odore fortissimo di carta stampata misto a quello libri vecchi un po' inumiditi.
Era chiaro che a un certo punto l'uomo della carta non doveva più aver avuto un reale interesse per quello che conservava perché probabilmente ritrovare qualunque cosa sarebbe stato comunque impossibile. 
O forse l'uomo catalogava tutto? Sapeva dove si trovava ogni singolo pezzo di carta, ogni singolo articolo. 
Salotto: Autori stranieri dalla A alla M; ingresso: dalla M alla Z.
Bagno: Corriere della Sera dal 1968 al 1988 e Romanzi Gialli.
Corridoio: Ricordi di famiglia, lettere della donna amata e ricevute di pagamento.
E. rimuginava su quale avrebbe potuto essere una sistemazione razionale ma tutte le volte si convinceva che in quella casa la carta aveva preso il sopravvento sulla razionalità. 
Si era chiesta un milione di volte come era iniziata la raccolta: era stata una cosa involontaria? L'uomo aveva perso l'interesse a mettere in ordine tra i suoi affari e i suoi affari avevano preso il sopravvento su di lui? E poi chissà se l'uomo aveva letto veramente tutto quello che aveva conservato o s'eppure a un certo punto l'unica cosa importante era diventata semplicemente conservare, raccogliere, custodire la carta qualunque cosa avesse scritto sopra, qualunque cosa avesse da dire. 
Il suo amico aveva concluso la storia dicendo ad E. che l'uomo era un pazzo, che era stato portato in una casa di cura dove era morto poco dopo ma E. non credeva affatto alla pazzia del vecchio, c'è sempre un motivo per cui uno conserva un pezzo di carta, un motivo per cui compra un libro, un motivo per cui uno non vuole decidersi a buttare qualcosa.
Il vecchio non era pazzo. 
  

domenica 8 luglio 2012

un segno

Prese il telefono e compose il numero. 
Come al solito, come tutte le volte che dopo averlo accusato di qualcosa o di essersi volutamente allontanata, si sentiva in colpa e voleva essere perdonata.
Lui rispondeva sempre, il suo tono di voce era sempre lo stesso: paziente, sommesso, consapevole che lei avrebbe richiamato e gli avrebbe chiesto ancora una volta di essere perdonata. 
Lo accusava di tradimento, di volerla abbandonare, di averle fatto promesse che non avrebbe mai mantenuto, di essersi dimenticato di lei, di avere delle pretese nei suoi confronti, di volerla abbindolare.
Lui non cercava di convincerla del contrario con lunghi discorsi o con trovate particolarmente alternative. 
Era sicuro di amarla e di amarla per sempre, ed era sicuro che lei, prima o poi, se ne sarebbe resa conto. 
Le sue accuse lo addoloravano ma non si scomponeva, tutte le volte che lei lo chiamava lui rispondeva, aspettava che lei con uno dei suoi soliti giri di parole si scusasse, le ripeteva che le voleva bene e poi le diceva: "Io ti perdono". 
Non le diceva che le voleva bene dopo averla perdonata ma prima, sempre prima e il perdono era il segno che era davvero così. Glielo diceva prima, per dirle che la amava nonostante le accuse, che le voleva bene anche se lei continuava a dire che non era vero. 
La verità è che lei non sapeva come sarebbe andata a finire questa storia, staccarsi da lui era impossibile, c'era qualcosa che li legava più forte di tutte le cattiverie che le venivano in mente, solo era stanca di non capirci nulla o quasi e si stava anche stancando del suo tono accusatorio e delle sue lamentele.
Lui invece sembrava avere in mente qualcosa di più preciso ma non aveva intenzione di rovinarle la sorpresa e quindi non diceva nulla o quasi. 

martedì 3 luglio 2012

Ritorno.

I primi dieci minuti della mattina erano sempre i più confusi. 
H. sedeva al tavolo della cucina indecisa sul da farsi, nella sua testa si spintonava una enorme quantità di pensieri: fare questo e quello e sentire questo o quest'altro, ricordarsi di portare la tal cosa al tale. 
Nessuno dei pensieri riusciva ad avere la meglio, era sempre così, stava tutto lì, qualcosa cercava di farsi notare più del resto ma nessuna attività, nei primi dieci minuti della mattina, riusciva a conquistarsi l'interesse di H. per più di cinque secondi.
Era il tempo in cui H. preparava la caffettiera, rovistava nella dispensa alla ricerca di qualcosa che assomigliasse a un biscotto, faceva un giretto sul balcone e recuperava dall'armadietto della cucina la sua tazza preferita. 
Quella mattina, però, inaspettatamente, dopo essersi versata il caffè e aver ripiegato su una fetta biscottata e della marmellata H. si ricordò del sogno e questo occupò completamente la sua attenzione e lei diventò un po' triste. 
Il sogno di cui H. si era ricordata era quello che aveva fatto quella notte e che le capitava spesso di fare. 
Il motivo per cui diventò triste era che da un po' di tempo non faceva più quel sogno e sperava che se ne fosse andato perché era un sogno che la metteva a disagio. 
Il contenuto del sogno era: H. doveva andare da qualche parte, si incamminava ma le sue gambe, improvvisamente, diventavano pesantissime sempre più pesanti e i passi sempre più lenti, provava a correre ma non ci riusciva, la sua corsa risultava lenta e fondamentalmente inutile. Nel corso del sogno, poi, solitamente, iniziava a fare caldo, caldissimo e H. aveva sempre il solito problema, andare da qualche parte e non riuscire ad andarci e sapere, in modo quasi inesorabile, che se anche fosse riuscita a raggiungere la sua destinazione sarebbe arrivata in ritardo. 
H. bevve l'ultimo goccio di caffè dalla tazza, si alzò e iniziò a occuparsi di tutto quello che doveva fare, ora le cose iniziavano a ordinarsi da sole in ordine di importanza, il sogno se ne tornava dietro le quinte ma rimaneva lì, liberarsene forse era impossibile, era parte del teatro. 

mercoledì 20 giugno 2012

un tema di maturità



Questa mattina mi è venuta la matta e ho fatto uno dei temi che c'erano per le tracce della maturità, quello sul labirinto perché mi piaceva tantissimo. 

Una delle cose che a mio padre è sempre piaciuto fare e che, anche oggi, gli porta via una gran quantità di tempo è “La settimana enigmistica”. Sinceramente non ho mai capito, né gli ho mai chiesto, che cosa lo appassioni tanto di quel giornaletto ma credo che il segreto stia nel senso di ordine e di compiutezza che porta con sé un quiz ben risolto.
Unisci i puntini, e verrà fuori un bel disegno, rispondi a tutte le domande e il cruciverba è completato e non c’è più nessuna casella bianca, guarda bene le figure, aggiungi le lettere, fai due ragionamenti eee oplà ecco che anche il rebus è risolto e diventa una frase semplice e chiara. Ciò che era indecifrabile improvvisamente acquista un suo significato e la cosa migliore è che, in un certo senso, se sei tu ad avere risolto il quiz, sei tu che sei stato capace di dargli il suo significato, il senso che aveva perduto.
Ogni tanto, tra le pagine un po’ ingiallite di quel settimanale c’è anche il quiz del labirinto, è uno di quelli facili: prendi la penna o la matita, se sei insicuro, e inizi a tracciare una linea e lentamente la tua linea arriva all’uscita. Il tratto di penna o la timida linea di grafite ricongiungono, non so, il cane alla sua ciotola, il bambino che si era perso alla sua casa. La strada che la tua mano percorre può avere un segno più o meno sicuro ma, non c’è dubbio, prima o poi arriverà a destinazione e potrai passare, volendo, al prossimo quiz.
Ecco, sulla carta è facile, perché il labirinto di solito è piccolo e poi se ne ha una visione d’insieme, devi trovare una strada, devi trovare una soluzione ed è una cosa semplice, è nella vita, quella vera, che la faccenda è complicata.
La vita che, a volte, assomiglia così tanto alla nitida città degli immortali descritta da Borges, qualcosa che sembra fatto apposta per perdercisi dentro, per non raccapezzarcisi. Qualcosa che sembra esplorabile solo in maniera imperfetta. Di tutte le cose che ci accadono, di tutti gli incontri che facciamo è così terribile non riuscire ad afferrare immediatamente il senso, che ci sembra come un’ alta finestra irraggiungibile, la vistosa porta che s’apriva su una cella o su un pozzo, le incredibili scale rovesciate, coi gradini e la balaustra all’ingiù.
Gli eventi che popolano la nostra esistenza assomigliano al quadro di Esher “relatività” dove, le strade, le scale, sembrano non portare da nessuna parte o le porte si aprono solo su stanze buie. Nessuno di quelli che, lì nel quadro, come noi, va su e giù sembra aver trovato la strada, forse quei due che se ne vanno nel giardino abbracciati ma non è sicuro.


Il problema è che così, non avendo un significato, non trovando una strada, nessuno ha un volto, una faccia, tutti si assomigliano e sono tragicamente da soli, occupati nei loro affari o piegati, come uno degli omini, sotto il peso di un sacco troppo pesante.

È la stessa cosa che accade al protagonista delle Città invisibili di Calvino quando vorrebbe andare nel centro di Pentesilea. Si chiede dove si trovi: la città dove si vive, non il luogo dove si lavora, il luogo dove si dorme ma il luogo dove si vive, dove uno, cioè, è veramente se stesso. Non il posto dove si va, spesso, quasi obbligati da un dovere o da una necessità e nemmeno il luogo dove si dorme, dove non si è che parte di una massa indistinta accumunata da un bisogno del tutto naturale. Il punto è se esiste un posto in cui io posso essere davvero io, se esiste una strada per andarci, se qualcuno conosce questa strada oppure se si è condannati a vagare di periferia in periferia, da indistinto a indistinto, vittime delle indicazioni di chi, con “un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là”, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”, non sa nemmeno lui dove sta andando.
Sembra che il centro della città, il luogo in cui dire io, in cui sentirsi a casa, in cui sentire che il proprio bisogno è compiuto e ha una risposta esista, sì, ma in fondo sia irraggiungibile quindi, meglio arrendersi, meglio rinunciare a capire e abbandonarsi un limbo che appare ipotesi tanto probabile quanto angosciosa.
Anche i personaggi dell’Orlando Furioso di Ariosto vivono lo stesso dramma, per un intero poema vanno alla ricerca dell’oggetto del loro desiderio, di ciò che, una volta posseduto, li faccia sentire compiuti, risolti.
È impossibile non essere solidali e sentirsi vicini al povero Orlando che si affanna nel castello alla ricerca di Angelica o a tutti gli altri che come lui s’inquietano e si arrabbiano perché non riescono a possedere ciò che desiderano:

Di su di giù va il conte Orlando e riede, / né per questo può far gli occhi mai lieti / che riveggiano Angelica, o quel ladro / che n’ha portato il bel viso leggiadro. // E mentre or quinci or quindi invano il passo / movea, pien di travaglio e di pensieri, / Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso, / re Sacripante ed altri cavallieri / vi ritrovò ch’andavano alto e basso, / né men facean di lui vani sentieri; / e si ramaricavan del malvagio / invisibil signor di quel palagio. // Tutti cercando il van, tutti gli dànno / colpa di furto alcun che lor fatt’abbia: / del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno; / ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia; / altri d’altro l’accusa: e così stanno […].

In questo labirinto, in cui raggiungere ciò che fa gli occhi lieti sembra impossibile, l’affanno inquieto della ricerca, si accompagna sempre alla ricerca di un colpevole per il fatto che non si riesce ad afferrare ciò che si desidera.
Quante volte, ci si illude che trovando il colpevole il mistero di quello che accade sia risolto, l’inquietudine di fronte a qualcosa che non controlliamo possa essere ammansita. Così, se a causa di un terremoto, una casa cade e delle persone muoiono, ci sembra che sapere tutte le ragioni per cui avviene un terremoto, sapere com’era costruita la casa e quindi perché è crollata, trovare un amministratore negligente che non ha fatto il suo dovere, risponderà in maniera esaustiva all’unica domanda a cui realmente vogliamo rispondere: perché è successo?.
Perché ci capita di desiderare cose che la vita sembra rifiutarci, qual è la strada per noi? Si può essere compiuti, davvero felici in un marasma di cose.
Se la risposta non c’è, se non è afferrabile, se non è incontrabile, se non c’è la strada per uscire dal labirinto allora, purtroppo la vita è esattamente come il quadro il Pollok. 


Non a caso, questo dipinto, prende il titolo da un mito in cui anche l’ordine naturale delle cose è stravolto e con un inganno una donna può orribilmente accoppiarsi con un toro. Uomini, animali, cose, persone, senza una strada tutto è uguale, tutto è indistinto, tutto è confuso e la riuscita sta solo nelle mani dei violenti o di chi ha il potere e la forza di sgomitare all’interno della confusione o di imporre con la forza un suo ordine temporaneo alle cose.
L’unica possibilità, è che qualcuno, come la bambina del quadro di Picasso ci illumini la strada, che qualcuno, per cui il significato delle cose non è un ignoto ci accompagni e ci sostenga nella nostra strada. 

L’unica soluzione è che a dispetto dell’apparenza della nostra misura, che è deforme come il Minotauro che nel quadro vuole spegnere la candela della bambina, il significato delle cose esista e che possa essere incontrato e vissuto. 

giovedì 10 maggio 2012

e se...

Quando uno è piccolo gli insegnano sempre che non deve accettare le caramelle dagli sconosciuti... ma se, per una volta, sono io che offro una caramella a uno sconosciuto che cosa potrebbe succedere? 

mercoledì 2 maggio 2012

povero signor Fredric

Se il signor Fredric fosse sempre stato abituato a vivere in una casa di 40 mq e poi, improvvisamente bussasse alla sua porta un operaio con un foglio e sul foglio ci fosse scritto: "ordine irrevocabile per ampliamento dei locali" che cosa succederebbe?
Siamo proprio sicuri che il proprietario della casa sarebbe contento?
Forse il signor Fredric non è contento che qualcuno gli regali dello spazio.
Una grande casa vuota a chi serve?
Il problema è che l'operaio ha già bussato e il signor Fredric se ne sta in un angolo dei suoi 40 mq a vedere le pareti della sua casa che vengono buttate giù. 
Non sa quanto riuscirà a resistere a questo spettacolo di distruzione. 
Probabilmente, ora, sta uscendo di casa.

venerdì 27 aprile 2012

sala d'attesa

Quella poltrona con la seduta di paglia era sempre stata lì. Per tre anni entrando in quella sala d'aspetto la poltrona c'era sempre stata e lei l'aveva sempre vista. Erano cambiati i cuscini, le poltroncine, l'arredamento, il colore delle pareti, la poltrona no. Lo studio dentistico si era anche trasferito da uno stabile a un altro e la poltrona era sopravvissuta anche al trasloco. Certo, lei l'aveva vista logorarsi lentamente sotto il peso di tutti quelli che aspettavano. Uomini e donne che, oltre al loro peso specifico, appoggiavano lì tutto il peso della paura e della preoccupazione generato dall'imminenza della visita dentistica.
All'inizio anche H. si sedeva sempre e solo su quella poltrona, era la più accogliente, la meno asettica, ma quando aveva visto i primi segni di cedimento aveva subito smesso di sedersi lì, non voleva che la poltrona si rompesse. Settimana dopo settimana spiava con preoccupazione lo stato della paglia della seduta, la gente non capiva, andava avanti incurante a torturare quella povera paglia in cui inevitabilmente si aprivano piccoli squarci.
L'ultima volta che era stata dal dentista aveva visto la paglia completamente sfondata. Solo qualche cuscino ne aveva pietà e cercava di coprire un danno ormai evidentemente irreparabile. 
Oggi H. è tornata dal dentista e la poltrona non c'è più, al suo posto è stata messa un'altra poltroncina bianca. H pensa che è troppo tempo che va dal dentista, ora perfino la poltrona ha ceduto e se n'è andata e lei si sente un po' sola.

mercoledì 18 aprile 2012

Che cosa vuol dire "addomesticare"?

Piove, come quando ti ho raccontato un segreto e abbiamo mangiato le fragole in macchina.
Piove, come quando ti si è bucata la gomma ed era Giovedì.
Piove, come quando siamo scesi dalla metro, ma tu non dovevi scendere. 
Piove, come quando ti ho accompagnato perché tu non potevi guidare. 

Milano quando piove

“Odio Milano quando piove” disse la ragazza.
 Chiuse lo sportello della macchina dietro di sé e si accomodò borbottando sul sedile della vecchia cinquecento.
“Oggi non vedremo neanche l’alba” disse il suo autista azionando i tergicristalli che iniziarono il loro ritmico scricchiolio.
La ragazza si sentiva come i vestiti bagnati quando la lavatrice non ha fatto la centrifuga, si sentiva molle e pesante e continuava a pensare che quel giorno sarebbe dovuto accadere qualcosa. Questo pensiero ronzava insistentemente nella sua testa. 

La ragazza conosceva il suo autista, infondo era il suo autista da sempre tuttavia non aveva mai considerato l’ipotesi che potesse essere uno con cui fare della conversazione.
Poi sul lato della strada comparve un uomo con un ombrello giallo. 


martedì 17 aprile 2012

il momento pesantissimo

C'è un secondo o anche due o tre secondi, la sera prima di andare a dormire in cui si pensa alla sveglia del mattino dopo e alle cose che si dovranno fare il giorno dopo. Quello è il momento pesantissimo, le energie che si preventivano sono più o meno quelle che servirebbero per costruire il mondo da zero, è chiaro che non è così ma io me ne accorgo solo il giorno dopo. 

lunedì 16 aprile 2012

Attack

Aggiustare le cose con l'attack è sempre problematico.
L'attack e la sua confezione hanno tutta una serie di inconvenienti.
Per esempio la confezione è scomoda da aprire e anche scomoda da chiudere, così rimane sempre un po' mezza aperta e poi la colla si secca e bisogna buttare via tutto.
Poi, la colla non cade mai dove tu vorresti che cadesse.
Dopo che l'hai messa devi tenere i piccoli pezzettini vicini ed è sempre un gioco di prestigio e sempre, tutte le volte, ti si appiccica l'attack su un dito e fa quei grumini fastidiosi.
E i grumini, poi, vengono anche sugli oggetti che si è provato ad incollare e quindi alla fine l'aspetto della cosa incollata è sempre un po' precario e comunque triste. Il risultato è che l'oggetto incollato ha un aspetto ferito e quei grumini trasparenti al posto di rendere la ferita invisibile la mettono goffamente in primo piano. 
Non importa l'attenzione che uno può metterci, il fatto che sappia gli inconvenienti prima. 
L'attack fa sempre così. E questa cosa è così triste.
Ma forse non è solo un problema di colla perché a volte io mi ci sento come un oggetto incollato con l'attack.  


giovedì 5 aprile 2012

c'erano delle cose

Parlare del tempo è un chiaro segno di decadenza però oggi fa freddo e piove e mi sembra Ottobre, quando la scuola è appena incominciata e ti viene voglia di camminare lentamente oppure di non camminare per niente. Sulla metropolitana c'era un bambino con una mantella blu di plastica e gli occhi azzurri che teneva per mano sua nonna. Davanti al supermercato c'era un uomo, un po' vecchio, che suonava una fisarmonica ma la musica che suonava era allegra. E la foto invece è di un uomo che c'era, ma sta scomparendo, e gli rimane solo un pezzo di gamba e un piede. 

lunedì 2 aprile 2012

...

con l'intensità di mille soli: aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh.
E comunque non aiuta.